Il Fisco non può pretendere il pagamento dell’Iva all’importazione in caso di avvenuta regolarizzazione

L’Amministrazione finanziaria non può pretendere il pagamento dell’Iva all’importazione dal soggetto passivo che, non avendo materialmente immesso i beni nel deposito fiscale, si è illegittimamente avvalso del regime di sospensione di cui all’art. 50-bis, comma 4, lettera b), del D.L. 30 agosto 1993, n. 331, convertito con modifiche dalla Legge 29 ottobre 1993, n. 427, qualora costui abbia già provveduto all’adempimento, sia pur tardivo, dell’obbligazione tributaria nell’ambito del meccanismo dell’inversione contabile mediante un’autofatturazione e una registrazione nel registro degli acquisti e delle vendite: lo ha affermato la Corte di Cassazione con l’ordinanza 19 febbraio 2019, n. 30339, depositata lo scorso 21 novembre.

Al riguardo si consideri quanto segue:

  1. la pronuncia è in linea con l’orientamento tracciato in materia dalla Corte di Giustizia Ue, secondo cui (sentenza 17 luglio 2014, C-272/13) il principio di neutralità dell’Iva osta a una normativa nazionale in forza della quale uno Stato membro richiede il pagamento del tributo sebbene la medesima sia già stata regolarizzata;
  2. analogamente si è più volte pronunciata la Corte di Cassazione (a tal fine si segnalano le pronunce nn. 19749/2014, 16109/2015, 15988/2015 e 17815/2015);
  3. per i giudici di legittimità, in particolare, la violazione del sistema del versamento dell’Iva, realizzata dall’importatore per effetto dell’immissione solo virtuale della merce nel deposito, ha natura formale e non può mettere pertanto in discussione il suo diritto alla detrazione.
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