Per qualificare il versamento del socio rileva anche la rilevazione contabile dell’operazione

Con l’ordinanza 6 febbraio 2020, n. 12016, depositata lo scorso 19 giugno, la quinta sezione tributaria della Corte di Cassazione ha fornito alcuni importanti chiarimenti in materia di versamenti di denaro effettuati dai soci alla società. In particolare è stato precisato quanto segue:

  1. l’erogazione di una somma da parte dei soci può avvenire a titolo di mutuo (con conseguente applicazione dell’imposta di registro in misura proporzionale) o in conto di futuro aumento di capitale o in conto capitale e cioè come apporto al patrimonio (con conseguente applicazione dell’imposta di registro ai sensi dell’art. 4, tariffa, parte prima, allegata al D.P.R. 16 aprile 1986, n. 131);
  2. l’espressa esclusione di interessi e la mancata previsione di un termine per il rimborso dell’erogazione sono elementi i quali, a fronte della normale fruttuosità (art. 1815 del codice civile) e dell’altrettanto normale previsione della durata del mutuo, non inducono a qualificare il finanziamento in termini di mutuo;
  3. l’erogazione di somme che, a vario titolo, i soci effettuano alle società da loro partecipate, può avvenire a titolo di mutuo oppure di apporto del socio al patrimonio della società.

La qualificazione, nell’uno o nell’altro senso, dipende dall’esame della volontà negoziale delle parti e la relativa prova deve trarsi dal modo in cui il rapporto è stato attuato in concreto, dalle finalità pratiche cui esso appare essere diretto e dagli interessi che vi sono sottesi. A tal fine occorre inoltre fare riferimento, in mancanza di una chiara manifestazione di volontà, alla qualificazione che i versamenti hanno ricevuto nel bilancio, da reputarsi determinante per stabilire se si tratti di finanziamento o di conferimento, “in considerazione della soggezione del bilancio all’approvazione dei soci” (Cass. nn. 7471/2017 e 15035/2018).

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