Note spese dipendenti non sufficienti per provare l’inerenza dei costi

Con riferimento al reddito d’impresa, la semplice produzione di documenti di spesa (quali le “note spese” liquidate da una società ai propri dipendenti) non prova di per sé la sussistenza del requisito della inerenza all’attività di impresa. Affinchè un costo possa essere incluso tra le componenti negative del reddito, infatti, non solo è necessario che ne sia certa l’esistenza, ma occorre altresì che ne sia comprovata l’inerenza, vale a dire che si tratti di spesa che si riferisce ad attività da cui derivano ricavi o proventi che concorrono a formare il reddito d’impresa.

Per provare tale ultimo requisito, non è sufficiente poi che la spesa sia stata dall’imprenditore riconosciuta e contabilizzata, atteso che una spesa può essere correttamente inserita nella contabilità aziendale solo se esiste una documentazione di supporto, dalla quale possa ricavarsi, oltre che l’importo, la ragione della stessa (Cass. 9 maggio 2017, n. 11241).

Tale principio è stato affermato anche da Cass. 18 gennaio 2022, n. 1449 . Per i giudici di legittimità, inoltre:

  1. l’inerenza all’attività d’impresa delle singole spese e dei costi affrontati, indispensabile per ottenerne la deduzione ex art. 109 del Tuir, va definita come una relazione tra due concetti – la spesa (o il costo) e l’impresa – sicché i costo (o la spesa) assume rilevanza ai fini della qualificazione della base imponibile, non tanto per la sua esplicita e diretta connessione a una precisa componente di reddito, bensì in virtù della sua correlazione con un’attività potenzialmente idonea a produrre utili (Cass. 9 maggio 2017, n. 11241, 27 febbraio 2015, n. 4041 );
  2. il principio dell’inerenza dei costi deducibili si ricava dalla nozione di reddito d’impresa (e non dall’art. 109, comma 5, del Tuir, riguardante il diverso principio della correlazione tra costi deducibili e ricavi tassabili) ed esprime la necessità di riferire i costi sostenuti all’esercizio dell’attività imprenditoriale, escludendo quelli che si collocano in una sfera estranea ad essa, senza che si debba compiere alcuna valutazione in termini di utilità (anche solo potenziale o indiretta), in quanto è configurabile come costo anche ciò che non reca alcun vantaggio economico e non assumendo rilevanza la congruità delle spese, perché il giudizio sull’inerenza è di carattere qualitativo e non quantitativo (Cass. 11 gennaio 2018, n. 450 );
  3. il controllo del Fisco sull’inerenza dei costi d’impresa, ai fini della loro deducibilità, non può interferire nel campo delle scelte imprenditoriali, a meno che la sproporzione tra prestazioni non sia rilevante ed evidente ictu oculi (Cass. 2 febbraio 2021, n. 2224 ).

 

In circolazione false mail dell’Agenzia delle Entrate

Attraverso un avviso pubblicato ieri sul proprio sito, l’Agenzia delle Entrate ha reso noto che “E’ stata individuata una nuova campagna di phishing a danno dei cittadini, veicolata da false mail a nome dell’Agenzia (“Ufficio accertamenti”, “Direzione nazionale Agenzia delle Entrate”, “ufficioagenzia”, “ufficioriscossioni”), aventi come oggetto “Commissione di osservanza sul registro tributario” oppure “Commissione di osservanza sull’anagrafe tributaria” e riguardanti false disposizioni a consegnare l’ultima dichiarazione redditi entro le scadenze previste dal TUIR”.

Si tratta di messaggi che non sono inviati dall’Agenzia delle Entrate, la quale “ne disconosce completamente il contenuto”. Tali messaggi vanno quindi cestinati senza aprire gli allegati.

https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/web/guest/avviso-del-19-gennaio-2022

Gratuito patrocinio: il reddito di cittadinanza va imputato “pro quota”

Ai fini dell’ammissione al gratuito patrocinio rileva anche il reddito di cittadinanza, introdotto dal D.L. 28 gennaio 2019, n. 4, convertito con modifiche dalla Legge 28 marzo 2019, n. 26: lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate con la Risposta all’istanza di interpello 19 gennaio 2022, n. 31 (in tal senso si richiama anche la Risposta 30 aprile 2021, n. 313).

Nell’occasione è stato anche affermato che, nel caso in cui il reddito di cittadinanza sia stato riconosciuto a favore del nucleo familiare di cui fa parte anche il soggetto che intende fruire del gratuito patrocinio, il quale benefici del citato reddito attraverso la carta intestata al coniuge, ai fini dell’ammissione al patrocinio gratuito, nella determinazione del reddito personale dev’essere considerato anche il predetto reddito per la quota del 50% qualora nel nucleo familiare, oltre ai due coniugi, non vi siano altri componenti maggiorenni.

Al riguardo si ricorda quanto segue:

  1. ai sensi dell’art. 76 del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, può essere ammesso al gratuito patrocinio “chi è titolare di un reddito imponibile ai fini dell’imposta personale sul reddito, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore a euro 11.493,82”, e “il reddito è costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso l’istante”;
  2. per la giurisprudenza di legittimità, ai fini dell’ammissione al gratuito patrocinio, “si deve tener conto, nel periodo di imposta in cui sono percepiti, di tutti i redditi, anche se non sottoposti a tassazione, perché il legislatore, al fine di stabilire se la persona possa o meno fruire del patrocinio a spese dello Stato, non ha inteso limitarsi a prendere in considerazione i redditi dichiarati o comunque da dichiararsi in un determinato periodo di imposta, ma ha voluto prendere in considerazione tutti i redditi (persino quelli derivanti da attività illecita) dalla persona effettivamente percepiti o posseduti, anche se esclusi dalla base imponibile” (Cass. n. 24378/2019);
  3. con la Risoluzione 21 gennaio 2008, n. 15/E, è stato precisato che il reddito cui fare riferimento al fine di determinare se sussistono le condizioni per l’accesso al gratuito patrocinio è il reddito imponibile ai fini Irpef, così come definito dall’art. 3 del Tuir, integrato dagli altri redditi indicati dall’art. 76 del D.P.R. 115/2002.
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