Costituisce reddito diverso il compenso riscosso dal professionista dopo la cessazione del regime dei minimi

Con riferimento al regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e i lavoratori in mobilità (di cui all’art. 27, commi 1 e 2, del D.L. 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modifiche dalla Legge 15 luglio 2011, n. 111), l’Agenzia delle Entrate ha precisato che è rimessa alla scelta del contribuente la possibilità di determinare il reddito relativo all’ultimo anno di attività tenendo conto anche delle operazioni che non hanno avuto in quell’anno manifestazione finanziaria (Circolare 30 maggio 2012, n. 17/E).

Le medesime considerazioni sono state successivamente svolte – con la Circolare 4 aprile 2016, n. 10/E – in relazione ai contribuenti che accedono al regime forfettario di cui all’art. 1, commi da 54 a 89, della Legge 23 dicembre 2014, n. 190 (legge di Stabilità 2015). Di conseguenza, le citate tipologie di contribuenti possono far concorrere alla determinazione del reddito anche ricavi ancora da incassare al momento della chiusura della partita Iva, imputando all’ultimo anno di attività anche le operazioni che non hanno avuto ancora manifestazione finanziaria.

Ora, con la Risposta all’istanza di interpello 2 settembre 2020, n. 299, l’Agenzia ha affrontato il caso del contribuente che, pur avendo fatturato il compenso prima della chiusura della partita Iva, non si è avvalso della suddetta facoltà. Nella situazione descritta, al momento dell’incasso del compenso il contribuente non è più in possesso della partita Iva, con la conseguenza che detto importo dev’essere dichiarato come reddito diverso, ex art. 67, comma 1, lettera l), del Tuir, e indicato nel quadro RL, rigo RL15, del modello Redditi Persone fisiche 2020.

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