La disciplina Iva del contratto di permuta

La permuta rilevante ai fini Iva (e quindi ai fini dell’art. 11 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633) non dev’essere considerata come un’unica operazione ma come più operazioni tra loro indipendenti, anche se assistite dal vincolo di corrispettività, alle quali va applicata atomisticamente l’Iva, e sono da ritenere imponibili al momento della loro esecuzione. In tal senso, è stato affermato, in caso di permuta di servizi con altre prestazioni di servizi, il ricevimento da parte di uno dei due contraenti del servizio, equivale al pagamento del corrispettivo, sicché a tale momento dell’operazione si considera effettuata e sorge l’obbligo di emissione della fatturazione (così, Cass. 21 marzo 2019, n. 7947).

Sul punto, la Corte di Cassazione ha affermato che il fatto che l’esecuzione della prestazione di servizi corrisponda all’impegno di eseguire una cessione di beni oppure di eseguire un’altra prestazione di servizi, non è di ostacolo alla configurazione dell’operazione permutativa, atteso che è il risultato traslativo – consistente nell’attribuzione dell’utilità derivante dalla futura prestazione di servizi o dalla futura cessione di beni di una determinata opera da realizzare, coincidente con il bene futuro – ad essere assunto come termine di scambio con la prestazione di servizi già effettuata (Cass. 22 dicembre 2005, n. 28479, e 25 ottobre 2003, n. 24172, richiamate dalle sentenze 15 ottobre 2018, n. 25661, e 21 marzo 2019, n. 7947).

Tali principi sono stati confermati dalla quinta sezione tributaria della Suprema Corte con l’ordinanza 7 novembre 2019, n. 2146, depositata lo scorso 30 gennaio.

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