Reddito di cittadinanza, le richieste dell’Anc. Estendere “Quota 100” anche ai professionisti

Nel corso di un’audizione che si è tenuta ieri presso la Commissione Lavoro del Senato, l’Associazione Nazionale Commercialisti ha evidenziato 12 punti critici dell’attuale normativa sul reddito di cittadinanza (contenuta nel D.L. 28 gennaio 2019, n. 4): tra questi, le difficoltà nel verificare l’effettività dell’esistenza e della sussistenza dei requisiti, al fine di evitare quanto più possibile gli abusi; il monitoraggio dell’operatività dei Centri per l’impiego e dei soggetti accreditati, che dovranno gestire tutte le domande e le fasi operative, nonché l’uso delle relative risorse a disposizione”.

Nel documento si sottolinea inoltre l’opportunità di reclutare gli iscritti all’Ordine dei commercialisti tra i tutor, figura prevista dall’art. 9 del disegno di legge di conversione del D.L. n. 4/2019 , con funzione di assistenza al percettore del reddito di cittadinanza nella ricerca di occupazione. Tale funzione rientra infatti tra le competenze e le attività di consulenza del lavoro svolte dai commercialisti. “Nell’Albo dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili” – si legge – ci sono oltre 21.000 colleghi specializzati nella materia del lavoro, che quotidianamente intrattengono stretti rapporti con le imprese e i lavoratori”.

Per quanto riguarda la riforma pensionistica, il presidente dell’Anc, Marco Cuchel, e il consigliere nazionale delegato ai rapporti politici Miriam Dieghi, hanno posto l’accento “sull’impossibilità di accesso al beneficio della cosiddetta ‘Quota 100’ da parte degli iscritti alle casse di previdenza dei professionisti, per comprensibili ragioni di sostenibilità”. È pertanto necessario – afferma l’Associazione – “prevedere meccanismi di sussidiarietà tra l’Istituto Nazionale e le Casse private, così da favorire l’estensione del diritto a tutti i lavoratori, in ossequio ai principi che regolano il nostro ordinamento”.

Infine, per quanto riguarda “opzione donna”, sono state evidenziate le “enormi penalizzazioni che le lavoratrici, dipendenti e autonome, vedono perpetuarsi, in quella che dovrebbe rappresentare un’agevolazione scelta liberamente, ma che di fatto è una necessità dovuta all’assenza o all’inefficienza dei servizi di prossimità alla famiglia”.

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