Sindacabile la deducibilità dei costi in caso di sopravvalutazione del bene (materiale o immateriale)

L’Amministrazione finanziaria può sempre sindacare la deducibilità dei costi qualora dimostri che in bilancio è stato iscritto non il valore reale del bene materiale o immateriale, ma quello che risulta frutto della violazione del principio fissato dall’art. 2423, comma secondo, del codice civile, ai sensi del quale l’imprenditore deve iscrivere tutte le poste in bilancio al loro valore reale, non potendo inserire poste inesistenti o sopravvalutate. E ciò a prescindere dalla circostanza che l’importo indicato dalla società corrisponda al valore di libro risultante dal bilancio regolarmente approvato dall’assembla dei soci con il consenso del collegio sindacale: lo ha affermato la quinta sezione tributaria della Corte di Cassazione con l’ordinanza 30 gennaio 2020, n. 14872, depositata lo scorso 13 luglio.

Per quanto riguarda nello specifico l’avviamento, si ricorda che in giurisprudenza è stato sostenuto che il suo valore:

  1. dev’essere stabilito “non sulla base di parametri generici e di affermazioni apodittiche o con riferimento a indeterminate fonti di convincimento, ma tenuto conto dell’effettiva consistenza dell’azienda e della sua concreta potenzialità reddituale, che non può mai prescindere (…) da un esame dei libri contabili” (Cass. 20 settembre 1996, n. 8387),
  2. “deve essere calcolato, oltre che con i coefficienti previsti dal D.P.R. 460/1996 (…), anche in base a criteri di valutazione riferiti ad elementi certi e non astratti, che debbono tenere conto dell’andamento economico e dell’effettiva redditività della stessa” (Ctr Roma 25 gennaio 2007, n. 205).
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